Vicende storiche e restauri della chiesa
del Gesù Nuovo - II

Alessandra D’Alessandro

Roberto Sanseverino morì a Salerno il 2 Dicembre 1574 (1) e dopo la sua scomparsa, per le successive due generazioni, del palazzo napoletano da lui fondato non si hanno più notizie. Infatti il figlio Antonello visse in uno dei momenti più turbolenti della storia napoletana, caratterizzato da tensioni e scontri tra il potere regio e la classe feudale timorosa di perdere la propria autonomia e sempre più intollerante alle crescenti pressioni fiscali dovute ad una cattiva gestione della politica interna da parte degli Aragonesi. Antonello si rese partecipe di tutte le insofferenze e ribellioni dei baroni ed il suo nome è passato alla storia principalmente per il ruolo che egli assunse nella famosa congiura dei baroni del 1485 contro Ferrante I D’Aragona.

Stemma di Antonello Sanseverino, figlio di Roberto e principe di Salerno, nel Codice di Santa Marta, conservato nell’Archivio di Stato di Napoli e pubblicato da R. Filangieri.

In seguito si alternarono momenti di accordo con la corte, dettati esclusivamente da reciproca convenienza, a periodi di grande ostilità che si manifestarono anche nei confronti di Ferrante II e poi di Federico tanto che la sua ultima rivolta lo condusse al definitivo esilio e la perdita di tutti gli averi (2).

Dopo la sua morte nel 1499 e l’instaurazione nel 1503 del viceregno spagnolo, nel 1506 la famiglia dei Sanseverino rientrò in possesso dei beni, compreso il palazzo che fu restituito dal Regio Fisco a Roberto II, figlio di Antonello. Egli si occupò principalmente della riorganizzazione dei feudi appartenenti alla casata ma morì giovanissimo nel 1508 e gli successe il figlio Ferrante (3). Si tratta dell’ultimo erede dei principi di Salerno e, come il bisnonno Roberto I, era un uomo di notevole spessore culturale e intellettuale, egli stesso poeta, appassionato di arte e filosofia ed un mecenate che amava circondarsi di letterati e musicisti (4).

Sappiamo con certezza che la sua dimora napoletana si aprì a prestigiose serate teatrali e grandi feste per l’élite cittadina ma non essendoci pervenute descrizioni sugli ambienti, possiamo solo immaginarne la ricchezza e la magnificenza. Con Ferrante il palazzo assunse inoltre maggiore prestigio dopo l’apertura di uno slargo dinanzi l’edificio (odierna piazza del Gesù), con l’acquisto e la demolizione dei caseggiati posti di fronte allo stabile di proprietà delle monache di Santa Chiara che ostacolavano la visione dei possenti prospetti (5). Ferrante, con una accorta politica e tessendo una fitta trama di alleanze, aveva consolidato il suo status sociale e la sua posizione economica tanto da rivaleggiare con i viceré spagnoli. Una competizione estremamente pericolosa perché si inseriva in un clima politico tutt’altro che disteso. Il malcontento della classe baronale, non si era certo placato negli anni e il loro desiderio di autonomia procedeva di pari passo con l’intolleranza al governo vicereale che, all’opposto, mirava ad ottenere un controllo totale sulla nobiltà e a questo scopo, aveva adottato un sistema di accentramento nella capitale basato essenzialmente su vantaggi fiscali per chiunque si fosse trasferito in città.

La situazione risultò ancor più tesa sotto il governo di Don Pedro da Toledo, il quale ebbe una linea di condotta politica estremamente rigida che reprimeva qualsiasi velleità autonomistica della classe feudale. Ferrante allora si era recato invano proprio dall’imperatore Carlo V per denunciare l’insofferenza del popolo all’eccessivo rigorismo del viceré spagnolo che, dal suo canto, nutriva una franca antipatia nei confronti del principe di Salerno. Natella riferisce che il pretesto per sbarazzarsi del Sanseverino fu dato a Don Pedro dal suo stesso provvedimento di chiusura delle accademie letterarie, perché giudicate focolai di eresie (6), provvedimento che colpiva, tra le altre, l’accademia dei Rozzi e quella degli Accordati fondate da Ferrante. Questo, continua Natella, fu il primo passo per tentare di introdurre a Napoli l’Inquisizione spagnola e nello strenuo tentativo di avversare quest’istituzione, Ferrante fu colpito da un’ingiunzione del viceré e dunque fu privato dei suoi beni e costretto all’esilio (7). Riparò poi in Francia, dove morì nel 1568 (8). Da questo momento iniziò un periodo di decadenza sia per la dinastia dei Sanseverino che per la città di Salerno e non da ultimo, l’allontanamento del principe segnò in maniera indelebile le sorti del palazzo napoletano. Lo stabile tornò al Regio Fisco che lo affidò a Nicolò Bernardino principe di Bisignano e da questo passò per diverse mani finché nel 1584 venne in possesso del genovese Niccolò Grimaldi, il quale tramite i suoi due figli, mise in vendita il palazzo (9).

Particolare del prospetto di palazzo Sanseverino, ora chiesa del Gesù Nuovo. Archivio Soprintendenza per i beni architettonici, paesaggistici, storici, artistici ed etnoantropologici di Napoli e Provincia.

A contendersi la reggia sanseveriniana vi erano da un lato la stessa città di Napoli, i cui magistrati volevano adibirne i piani superiori a Tribunale degli Eletti e dall’altro i padri Gesuiti, stabilitisi in città già dal 1552 e desiderosi di costruire una nuova e più visibile chiesa al centro della città (10). La vendita divenne in breve un vero affare di stato, ma alla fine prevalse la richiesta dei Gesuiti, anche perché essi furono facilitati dall’intervento del sovrano spagnolo Filippo II, cui avevano chiesto aiuto, il quale ordinò che non fossero contrastati (11).

Tra l’altro era interesse del governo spagnolo che la classe al potere della città non si insediasse in quell’edificio che, per la sua centralità, occupava una posizione strategica ed inoltre era diventato il simbolo del massimo potere raggiunto dalla classe feudale. La vicenda divenne ancor più intricata quando si sparse la voce che i religiosi avrebbero demolito l’edificio per costruirvi la loro nuova chiesa. Ciò la dice lunga sulla fama acquisita dalla residenza dei Sanseverino che si è protratta nei secoli anche quando la chiesa del Gesù era già compiuta nella sua parte architettonica ed era in via di completamento la decorazione degli ambienti interni. Agli inizi del Seicento il palazzo viene infatti ancora ricordato da fonti autorevoli come quelle di Giovan Antonio Summonte e Giulio Cesare Capaccio (12).

La notizia di un possibile abbattimento della reggia sanseveriniana provoco quindi i malumori della municipalità partenopea e furono convocati i Sedili cittadini per impugnare i decreti reali ma, poiché due di essi si pronunciarono decisamente a favore della compagnia, l’opposizione fu lasciata cadere e i Padri poterono venire in possesso del palazzo per l’ingente somma di quarantacinquemila ducati (13), oltre al canone annuo da pagare alle clarisse e l’impegno di non demolire le facciate del palazzo.

Note

1. La notizia della data di morte di Roberto Sanseverino ci è stata tramandata non solo da molte cronache del tempo ma anche attraverso il Novellino di Tommaso Guardati di Salerno,detto Masuccio Salernitano, suo segretario, che egli protesse ottenendo in compenso che il suo nome e quello dei suoi congiunti fossero legati alla fama della migliore raccolta di novelle del secolo. Il Novellino si conclude infatti con un’apostrofe di grande rimpianto per lo scomparso protettore e amico. Cfr. Carlo De Frede, Il principe di Salerno Roberto Sanseverino e il suo palazzo in Napoli a punte di diamante, Lit Editrice, 2000, pp 42-43.
2. Cfr. Pasquale Natella, I Sanseverino di Marsico. Una terra, un regno, Napoli 1980; Raffaele Colapietra, I Sanseverino…, op. cit.; Camillo Porzio, La congiura de’ baroni del Regno di Napoli contra il re Ferdinando I, Napoli MDCCCLIX
3. Renzo Ugo Montini, La Chiesa del Gesù, Collana "Le chiese di Napoli", Azienda autonoma di soggiorno cura e turismo, Napoli, MCMLVI, pag. 4
4. P. Natella, I Sanseverino…, op.cit., pag.139
5. Angela Schiattarella, Filippo Iappelli s.j., Il Gesù Nuovo, Edizioni Eidos S.a.S., 1997, pag.25; si veda anche R.U.Montini, La Chiesa del Gesù…, op.cit. pag. 4
6. P. Natella, I Sanseverino…, op.cit. pag. 143
7. Ivi, pag. 139
8. P. Natella, I Sanseverino…, op.cit., pag.146
9. A. Schiattarella, Filippo Iappelli s.j., Il Gesù Nuovo…, op.cit., pag. 25
10. Ivi, pag. 25
11. R.U. Montini, La Chiesa del Gesù…, op.cit. pag.4
12. Cfr.: R.Colapietra, I Sanseverino di Salerno…,op.cit., pag.41; Giuseppe Galasso, Prefazione al testo di Gerard Labrot, Baroni in città. Residenze e comportamenti dell’aristocrazia napoletana 1530-1734, Società Editrice Napoletana, 1979, pp.7-8
13. Ivi, pp. 4 – 5; Errichetti, a differenza del Montini, sostiene che la somma ammontava a quarantaseimila ducati, si veda a tal proposito Michele Errichetti s.j., La chiesa del Gesù Nuovo in Napoli, in Campania Sacra, 5, 1974, pag. 38 nota 10.

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