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Vicende storiche e restauri della chiesa Alessandra D’Alessandro |
L’autrice, Dott.ssa D’Alessandro, ha elaborato questi articoli sulla base della sua Tesi di Laurea in Teoria e Tecnica del Restauro Architettonico. Precede il testo una nota introduttiva del Relatore della Tesi, Prof. Mario De Cunzo, che è stato Soprintendente per i Beni Ambientali, Architettonici, Artistici e Storici delle Province di Salerno e Avellino e docente all’Università Suor Orsola Benicasa di Napoli
Nota introduttiva del Prof. Mario De Cunzo
La dottoressa D’Alessandro, laureata in Conservazione dei Beni Culturali presso l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli, pubblica le sue ricerche sulla chiesa del Gesù, sulle trasformazioni della scena urbana, sulle vicende storiche e i relativi protagonisti e infine sugli artisti del periodo Barocco, decisamente ricco e intenso per la cultura figurativa napoletana.
Gli episodi sono tanti e inevitabilmente l’attenzione si concentra sugli avvenimenti più significativi. Così l’ occhio sensibile e la ricerca di Alessandra D’Alessandro si fermano sull’altare di Sant’Ignazio, opera di Cosimo Fanzago sulla parete di fondo del transetto sinistro, sulle sue figure, sul bombardamento del 4 agosto 1943 con il crollo quasi totale e la caduta della statua del profeta Geremia e sul mirabile restauro dell’abile marmista Giuseppe Zampino.
Particolare cura viene dedicata ai restauri dei dipinti di Massimo Stanzione sulla volta del presbiterio e quelli di Luca Giordano e Giovan Bernardino Azzolino sulle volte delle prime due cappelle a destra dell’ingresso; questi restauri sono stati seguiti dalla dottoressa Angela Schiattarella, (della Soprintendenza per i Beni Architettonici, il Paesaggio ed i Beni Storici, Artistici di Napoli e Provincia) e sono stati punteggiati da numerose difficoltà a causa delle infiltrazioni dovute all’irrazionale sistema di raccolta delle acque piovane tra la chiesa ed il vicino edificio scolastico.
Verranno affrontate per la prima volta tematiche strettamente tecniche con l’analisi dei danni strutturali che si sono succeduti all’ interno dell’ edificio, in particolare quelli nelle zone che già nei secoli scorsi avevano maggiormente sofferto: la cupola in primis, la zona presbiteriale, le volte e le coperture. Anche il restauro delle Sale Moscati rientrerà nell’ambito degli argomenti privilegiati
Inoltre uno sguardo attento sarà rivolto alla chiesa nel suo spazio urbano, ai pericoli per gli sventramenti più volte ipotizzati, nello specifico con il progetto del Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del 1958, per fortuna mai approvato.
Oltre a questi episodi, considerati tra i più significativi, gli altri numerosi temi affrontati dalla tesi sono tali da giustificare una pubblicazione a più puntate. La storia seguirà un ordine cronologico e quindi, dopo il necessario inquadramento della famiglia dei Sanseverino, principi di Salerno, si racconterà della costruzione del palazzo e la sua trasformazione in chiesa dopo l’acquisto dei Gesuiti.
Notizie storiche sulla famiglia Sanseverino
Tracciare la storia della Chiesa del Gesù Nuovo significa tornare alle origini dell’edificio e ripercorrerne le vicende costruttive, le quali sono saldamente intrecciate prima alle sorti di una delle più potenti famiglie baronali del Mezzogiorno d’Italia, i Sanseverino, e in seguito alle vicende dell’ordine dei Gesuiti a Napoli. E’ noto a molti che la Chiesa rappresenta un unicum in territorio partenopeo in quanto singolare esempio di palazzo privato trasformato in edificio ecclesiastico. Come vedremo in seguito i prospetti dell’antico palazzo rimasero inalterati e ancora oggi, quelle possenti bugne tagliate a punta di diamante sembrano suggerire l’idea di una fortezza della fede e stabilire dunque una continuità tra l’ideale civile e quello religioso.
Quella dei Sanseverino è una casata di antica fondazione. Nucleo originario e roccaforte dei loro possedimenti in territorio campano fu la Contea di Rota (odierna Mercato Sanseverino) che fu donata al capostipite della famiglia, il normanno Turgisio (o Troisio) da Roberto detto il Guiscardo. Ad essa poi si aggiunsero numerosi altri possedimenti in Calabria, Campania, Lucania e Puglia. La storia di questa grande famiglia, già a partire dalle origini, è piuttosto complessa perché tenacemente saldata alle alterne ed intricate vicende della politica della corte partenopea dopo la caduta della dinastia Normanno-sveva. Essi, forti anche di legami stretti con le più importanti famiglie baronali italiane, rivestirono un ruolo di primo piano tra la nobiltà napoletana soprattutto nel periodo angioino e aragonese.
I Sanseverino, come del resto la classe baronale più potente, stabilivano, a loro convenienza, legami ora con l’una ora con l’altra fazione. Essi mostrarono sin dall’inizio una particolare predilezione per il partito guelfo, poi per la casata degli Angiò, nondimeno all’occorrenza non ebbero scrupoli a sostenere la parte opposta. Li troviamo infatti a combattere contro gli Svevi per neutralizzare il loro tentativo di rimpossessarsi del trono di Napoli, passato in mano alla dinastia degli Angiò e prestarono il loro servizio militare anche nella Guerra del Vespro dal 1282 al 1302 che si combatté per buona parte nel vasto territorio del Vallo di Diano (odierna Teggiano) dove vi erano feudi di loro proprietà.
La popolazione del posto uscì molto provata dal conflitto tanto che Carlo d’Angiò promise consistenti interventi di bonifica per quei terreni dalle acque paludose, come segno di risarcimento e gratitudine nei confronti della famiglia. La promessa di Carlo d’Angiò fu tenuta in gran conto da Tommaso Sanseverino conte di Marsico il quale evidentemente, intese trarre da questa situazione il massimo beneficio per consolidare sia il rapporto con gli Angioini che il potere della famiglia sul territorio. Ed è presumibile che la sua idea di fondare un complesso certosino proprio in quel territorio di sua proprietà rientrasse più in una pianificata strategia di avvicinamento ai regnanti che in uno spirito pietistico.
I certosini erano infatti un ordine di origine francese (fondato nel 1084 da San Bruno a Grenoble) e non poteva che essere molto gradita ai religiosissimi Angioini la costruzione di una nuova Certosa nel loro regno. Dopo quella di Serra San Bruno (1090) e quella di Parma (1285), la Certosa fondata da Tommaso Sanseverino a Padula risale al 1306 e fu dedicata a San Lorenzo.
Si deve anche sottolineare che Padula, come indica lo stesso toponimo, era un territorio di acque stagnanti, di corsi d’acqua lenti e non regolamentati, come del resto paludoso e malsano era tutto il vallo di Diano, pertanto per le grandi organizzazioni monastiche, come quella dei certosini diventava una esigenza ed un obbligo bonificare le terre incolte e paludose dei loro insediamenti. la Certosa, costruita su un’ampia superficie di terreno pianeggiante, si sviluppò molto rapidamente e i certosini divennero un consistente, se non proprio formidabile, potentato economico. Ecco dunque che la strategia politica intrapresa da Tommaso Sanseverino condusse anche ad una riqualificazione sia ambientale che economica del suo feudo maggiore e ciò non poteva essere altro che motivo di orgoglio e prestigio per la dinastia.
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Nel XV secolo la famiglia attraversò un periodo di profondi cambiamenti e quello più significativo fu determinato da Giovanni Sanseverino, principe di Salerno, che nel 1431 non ebbe remore nel passare dalla monarchia francese a quella spagnola. La figura più rappresentativa di questo periodo fu senza dubbio quella di Roberto Sanseverino, figlio di Giovanni, grazie al quale la casata riuscì ad acquisire una nuova e più importante considerazione sociale in ambito napoletano e presso i regnanti aragonesi.
Egli ricevette nel 1454 la carica di consiliarius, entrando a far parte del Consiglio regio. Probabilmente si trattava di una carica solo onorifica conferitagli da Alfonso I d’Aragona, detto il Magnanimo, nel più ampio tentativo del Re di ingraziarsi una delle più potenti famiglie baronali e con essa quella potente e riottosa classe feudale della quale egli aveva bisogno sia per essere sostenuto finanziariamente, che per il riconoscimento della successione al trono di Ferrante, suo figlio naturale, che egli voleva ad ogni costo assicurarsi.
Tra il 1458 e il 1459 Roberto sposò Berardina del Balzo Orsini, nipote di Giovanni principe di Taranto, personaggio molto legato agli Angiò che continuavano ad aspirare al Regno di Napoli incentivando una guerra continua e logorante. Il matrimonio fu ben accetto da re Ferrante d’Aragona, il quale pensava che, tramite questo vincolo, le due potenti famiglie (Sanseverino e Orsini) sarebbero state unite sotto la sua corona e quindi avrebbero disdegnato qualsiasi accordo con Renato d’Angiò. Mentre Roberto rimase fedele al re aragonese, gli Orsini passarono agli Angioini
Nel 1460 Ferrante D’Aragona,continuando sulla stessa linea politica del padre Alfonso, morto il 28 giugno 1458, conferì a Roberto, la carica di "Grande Ammiraglio", cioè di uno dei sette grandi uffici del regno che, pur essendo svuotati della loro originaria efficienza, venivano ancora concessi ai più alti esponenti della classe nobiliare, i quali potevano cederli a loro volta riservandosene solo l’onore e i vantaggi. Tali concessioni rappresentavano per Ferrante un forte incentivo per tenere al suo fianco i Sanseverino nello sforzo di respingere l’invasione angioina e domare i baroni che la favorivano.
Anche perché i Sanseverino, da sempre sostenitori degli angioini, solo con Giovanni erano passati dalla parte aragonese. Una politica dunque non sempre chiara e lineare, tanto che l’appoggio di Roberto Sanseverino a questa casata, assumeva i connotati di un vero e proprio contratto mercenario, regolarmente sancito per mezzo di un procuratore e quindi, in sostanza, di un esclusivo aiuto militare.
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Il 7 luglio 1460, come ci riferisce lo storico Giovanni Pontano, le forze militari aragonesi subirono una pesante sconfitta per mano Angioina. Roberto ferito gravemente e sfuggito alla cattura, si era ritirato nel castello di Nocera dove, in stato di assedio, pensò bene di trattare una resa alleandosi con Renato d’Angiò e accettando l’investitura angioina della Luna crescente, un cavalierato innocuo. L’accordo fu stipulato solo per ragioni belliche e quando Roberto tornò dalla parte di Ferrante, nel settembre 1460, si giustificò scrivendo che aveva ceduto al nemico col permesso del re (cum licentia de la Maestà). L’esercito aragonese riprese così nuovo vigore e nel luglio 1461 Roberto conquistò Salerno di cui divenne principe nel 1463. Come capo degli armati al servizio del re egli ottenne inoltre uno stipendio di venticinquemila ducati annui. Egli era diventato il primo barone del regno.
Nei primi anni del suo principato Roberto Sanseverino, non avendo ancora un palazzo a Napoli, dimorò in Salerno o più probabilmente in uno dei suoi numerosi castelli dei tanti feudi posseduti. Benvoluto e stimato da tutti come capo di una grande casata feudale e titolare anche dell’ufficio di Ammiraglio, non fu certamente indifferente alla nuova atmosfera culturale del Rinascimento che ormai era diffusa a Napoli e nel Mezzogiorno d’Italia. Offrì protezione da mecenate a numerosi letterati tra cui il Pontano che legò il nome del Sanseverino al suo De Oboedientia, per esortazione dello stesso principe. E non è un caso poi che la migliore raccolta di novelle del secolo, Il Novellino di Tommaso Guardati di Salerno, detto Masuccio Salernitano, contenesse un esplicito elogio al principe. Questo nuovo Status sociale, per certi versi anche mondano, Roberto lo raggiunse anche grazie al suo trasferimento nella capitale, centro di cultura molto raffinata, a cui egli subito si adeguò, ma innanzitutto centro del potere regio e terreno di confronto con l’aristocrazia baronale già residente. In effetti già nel dicembre del 1459 Roberto aveva fatto includere, negli accordi conclusi con il Re alla fine della guerra del Vespro, la sua richiesta di avere un palazzo in Napoli ma le conoscenze attuali impediscono di sapere con certezza quali furono gli accordi presi e se il terreno su cui fu poi effettivamente costruito il nuovo palazzo, fu concesso dalla corte aragonese.
La costruzione comunque, come è ben evidenziata nella pianta topografica di Etienne Dupérac e Antoine Lafréry del 1566, fu eretta all’estremità occidentale del decumano inferiore, quasi ad angolo con la Porta Reale (ques’ultima demolita nel 1528 e spostata a chiusura della nuova via Toledo) e circondata da prestigiose aree conventuali: di fronte aveva il complesso monastico di Santa Chiara, pantheon degli Angioini a cui come sappiamo i Sanseverino erano profondamente legati; all’estremità destra la chiesa di Santa Marta e, alle spalle, il convento di San Sebastiano. Il palazzo risultò anche dominare dall’alto Castel Nuovo, dimora degli aragonesi e dunque simbolo della forza e della legittimità della dinastia il quale, dopo i lavori di fortificazione, era diventato inoltre il principale centro militare e politico.
Una posizione dunque prestigiosa quella del palazzo, che oggi potremmo definire di confronto e di scontro fra potere regio e potere baronale. Anche le caratteristiche edilizie della facciata possente e severa, sembravano voler affermare la volontà del proprio rango di dominio e idealmente, la trasposizione del feudo in città. Del palazzo e della configurazione nell’invaso di piazza del Gesù si racconterà nelle prossima puntata dove ci si soffermerà ancora sulle altre personalità di spicco della famiglia dei Sanseverino di Salerno.
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